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Estratto dal video: Dante Alighieri e gli Intellettuali nel medioevo in la Storia dei Popoli delle Marche
Canale: Storia delle Marche
Dante Alighieri e Firenze
Dante non era un nobile e, probabilmente, non aveva nemmeno una laurea. Non era un docente universitario. Dante era un cittadino di Florentia, l’attuale Firenze, una città che oggi ammiriamo per la sua bellezza, ma che all’epoca era molto diversa. Alla fine del duecento, Firenze era culturalmente arretrata. Le meraviglie che oggi possiamo ammirare non esistevano ancora: Santa Maria Novella, Santa Croce e il Palazzo Vecchio furono costruiti successivamente, mentre al posto della cattedrale di Santa Maria del Fiore c’era la più modesta chiesa di Santa Reparata. Proprio in questa chiesa, i cui resti sono ancora visibili sotto il pavimento dell’attuale cattedrale, Dante partecipò, insieme ad altre 206 personalità cittadine, a una riunione.
Nonostante questa arretratezza culturale, alla fine del duecento Firenze visse un periodo di grande fermento economico: il denaro circolava in abbondanza. Ma come mai un piccolo centro come Florentia raggiunse un tale sviluppo economico? Da dove provenivano tutti quei soldi? È una domanda interessante, perché la storia non si costruisce con risposte semplici, ma con le domande giuste.
Dante proveniva da una famiglia di prestatori di denaro. Non sappiamo se praticassero l’usura, ma certamente erano agiati, il che gli consentì di non dover lavorare per vivere. Fu un uomo d’armi e, in seguito, si dedicò alla politica, arrivando a ricoprire la carica di priore. Tuttavia, questo incarico durava solo due mesi ed era considerato una posizione transitoria, priva di un reale potere.
Il priore era uno dei membri più influenti del governo cittadino, scelto principalmente tra le classi sociali medie, in particolare tra i membri delle arti, le corporazioni dei mestieri. La carica dei priori fu istituita per rappresentare gli interessi delle diverse categorie economiche e per limitare il potere delle famiglie nobili, conosciute come magnati. Firenze, essendo una città comunale, affidava le decisioni politiche a istituzioni collettive piuttosto che a una singola persona.
Dante proveniva da una città medio-piccola, Firenze, che, sebbene vivace dal punto di vista economico, era ancora arretrata culturalmente. Si impegnò in politica con un partito che finì per perdere, e questo lo condannò all’esilio.
Dante aveva ricevuto un’istruzione limitata, almeno nella Firenze del suo tempo. Solo dopo la morte di Beatrice iniziò a dedicarsi allo studio da autodidatta. Oggi, però, essere autodidatti non basterebbe: per diventare docenti universitari sarebbe necessaria una “patente”, un riconoscimento formale. Probabilmente, per quanto geniale, Dante non sarebbe stato minimamente considerato dalle università moderne, se fosse vissuto ai giorni nostri.
Per quanto riguarda la Divina Commedia, il poema si diffuse rapidamente: man mano che Dante scriveva, altri si occupavano di trascrivere il testo, che iniziò a circolare ovunque. Ben presto, l’opera divenne così importante da trovare spazio anche nelle università.
Parigi
Lo storico francese Jacques Le Goff (1924-2014), nel suo libro Gli intellettuali nel Medioevo, riporta una testimonianza interessante di Daniel di Morley, un inglese che studiò a Parigi. Di Morley racconta:
“La passione per lo studio mi spinse a lasciare l’Inghilterra, e a Parigi ebbi modo di osservare dei selvaggi che, con grande autorità, si cimentavano nei loro saggi scolastici. Erano seduti davanti a due o tre sgabelli colmi di enormi libri. Tracciavano con penne di piombo asterischi sui loro testi, là dove la loro ignoranza li costringeva a fermarsi. Mantenendo un contegno solenne, quasi da statue, mostravano la propria saggezza con il silenzio. Ma appena aprivano bocca, era evidente che non avevano nulla da dire.”
Di Morley, deluso, decise allora di andare a Toledo, dove l’insegnamento degli arabi, che comprendeva le arti del quadrivium, era rinomato. A Toledo, dice, “potevo ascoltare le lezioni dei più dotti filosofi del mondo.”
Anche le università, quindi, hanno avuto i loro alti e bassi, persino nel Medioevo.
Le Goff su Dante
Tra gli autori più letti di quel periodo c’era Severino Boezio, un italiano. Ma Jacques Le Goff, nel suo libro “Gli intellettuali nel Medioevo”, ci rivela che, nonostante si parli spesso di Dante e della sua opera, lui stesso non inserì Dante tra gli intellettuali medievali trattati nel suo libro. Una scelta di cui dice di essersi pentito, spiegando però che Dante è difficile da classificare: non rientra in nessuna categoria netta. E infatti, sebbene la Divina Commedia fosse già commentata e conosciuta alla fine del Trecento, Dante non seguiva le strade degli intellettuali dell’epoca.
Le Goff descrive poi come Dante, pur essendo conosciuto e studiato, seguisse una strada diversa, guidato da Virgilio, piuttosto che dalle consuete vie tracciate dagli intellettuali medievali. Un passaggio del libro cita Bernardo di Chartres, che commentava Virgilio come se fosse un testo scientifico, contribuendo a diffondere il valore del sapere antico nel Medioevo. Bernardo stesso, noto per l’espressione “nani sulle spalle dei giganti”, simboleggia il legame tra passato e presente nella cultura intellettuale medievale.
Ma se Dante, come Le Goff ammette, è stato trascurato, questo è forse perché Dante era un genio “inclassificabile”. Egli non era solo un poeta, ma anche un teologo, un linguista, uno scienziato e persino un politico, incarnando in sé tutte queste discipline. Questa visione interdisciplinare riflette il pensiero del tempo, quando le barriere tra i campi del sapere erano molto meno rigide rispetto ad oggi.
Infatti, nel Medioevo, l’intellettuale possedeva una conoscenza teologica, scientifica e naturalistica; spesso era anche artista, pittore o scultore. Diversamente da oggi, dove ogni disciplina è altamente specializzata, allora si cercava di vedere il quadro d’insieme, come in un mosaico.
Conoscere ogni singolo dettaglio di una tessera è utile, ma se non si guarda alla figura completa, si rischia di perdere il senso generale dell’opera.
Chierici a Parigi
A Parigi, ci racconta Le Goff riportando un brano di Filippo di Avenz tratto da una lettera indirizzata a un suo discepolo, si legge:
“Lo spirito dell’amore per la scienza ti ha spinto. Eccoti dunque a Parigi, dove hai trovato quella Gerusalemme che per molti rappresenta la dimora di Davide e del saggio Salomone. Qui si raduna una tale quantità di chierici che questa città sembra ormai sul punto di superare per numero la popolazione dei laici. Fortunata città, dove i libri sacri vengono letti con tanto zelo, dove i misteri più complessi vengono risolti grazie ai doni dello Spirito Santo, dove vi sono così tanti professori eminenti e una tale ricchezza di scienza teologica da poterla chiamare la città delle belle lettere.”
Parigi, la città delle belle lettere, non possedeva però una lingua unificata, a differenza dell’italiano scritto, che era già diffuso in tutta la penisola italiana. Sebbene il periodo in cui è stata scritta questa lettera sia diverso da quello di Dante, osserviamo come, a seconda di chi scrive e del suo punto di vista, le cose possano essere interpretate in modo differente.
Roma una parte di Parigi
Un altro aspetto interessante della lettera è il riferimento a Parigi, dove lo studio della teologia era particolarmente avanzato. Ma cos’è la teologia? Un discorso intorno a Dio? A tal punto era rilevante che la comunità dei chierici quasi superava quella dei laici. Una cosa davvero singolare. Questa è una domanda che gli storici si pongono di rado. Allo stesso modo, perché a Parigi, la città della teologia e delle belle lettere, non è nata una lingua unificata?
Come mai la comunità dei chierici quasi superava quella dei laici? Chi c’era a Parigi? Cosa rendeva Parigi così speciale? È interessante notare che la teologia, il discorso su Dio, fosse considerata la disciplina principale proprio in una città dove il Papa non risiedeva. Eppure, a quell’epoca, Roma non aveva nemmeno un’università. Non sembra strano che lo studio approfondito della teologia si concentrasse a Parigi, al punto che i chierici quasi superavano i laici?
Sono domande su cui riflettere. Certo, se si rivede la geografia della storia, la città di Roma, ovvero il luogo dove risiedeva il Papa, potrebbe essere stata dentro Parigi. Questo spiegherebbe perché l’università di Parigi fosse specializzata in teologia e perché a Parigi la popolazione dei chierici superasse quasi quella dei laici.
Chartres – Camerino
Bernardo di Chartres studia sia a Virgilio sia a Severino Boezio, un filosofo che anche Dante approfondirà. Che Dante studiasse Severino Boezio è quasi scontato, ma che Bernardo di Chartres utilizzi Virgilio e Boezio ha un significato in più. Chartres era una importante università a Parigi, come abbiamo detto, fantastica e meravigliosa, anche se ha avuto alti e bassi come tutte le università. Parigi era la città delle belle lettere, della teologia, anche se non aveva una lingua unificata. È curioso che non ci fosse un’università a Roma, e questo è spiegato solo dalla geografia e dalla storia, diversa dall’ ufficialità.
Ci viene poi detto di altri centri, dove erano presenti anche intellettuali famosissimi, scienziati, e dove si svilupparono scoperte incredibili, architetture e dipinti fantastici. Se percorriamo tutta la Francia, la Germania e la Svizzera, non troviamo autentici affreschi medievali all’interno delle chiese o dei palazzi. Del resto quasi tutto fu ricostruito nel XIX secolo; è strano, tuttavia, per le architetture.
La Carta
L’invenzione della carta è avvenuta a Pioraco e Fabriano. La cultura iniziò a diffondersi attraverso la carta. Tutti parlano della grande scoperta della stampa ma anche la scoperta della carta è stato un passo importante.
Prima che ci fosse la carta, dovevano scrivere su pergamena. La pergamena è una pelle di pecora. Per fare un foglio grande ci voleva una pecora, ma quante pecore dovevano uccidere per fare un libro? Quanto poteva costare la materia prima per scrivere un libro? Con la carta i costi si abbassarono improvvisamente. Ecco perché poi giravano dei compendi, dei riassunti, perché erano stati trascritti su carta. Ma la carta era solo a Pioraco e Fabriano, ci vollero secoli prima che i mastri cartai si spostassero da lì per andare a costruire altre cartiere, in altri luoghi.
Diffusione della cultura
Dove c’erano tanti intellettuali, c’era il commercio, c’erano traduzioni dall’arabo che portarono molti nuovi libri. E poi, c’era la carta, che permise alla cultura di circolare molto più velocemente. Sebbene si scrivesse ancora a mano, poiché la stampa ancora non esisteva, ai tempi di Dante, la carta esisteva. La carta, specialmente quella prodotta a Fabriano.
Non dobbiamo limitarci a pensare solo alle idee di questi intellettuali, ma anche al lato pratico: come si scambiavano le notizie? Non c’erano Internet, SMS o WhatsApp ma avevano la carta, che rivoluzionò la cultura dell’epoca. La carta si produceva a Pioraco. Come pensarono gli abitanti di Pioraco, oggi un piccolo paese tra le montagne, di mettersi a produrre carta? Sapevano che si faceva già in Oriente, probabilmente avevano avuto contatti e qualcuno aveva tradotto queste conoscenze.
La carta arrivò nelle mani degli intellettuali che erano a Camerino. Camerino è vicinissima a Pioraco, quindi probabilmente furono proprio gli intellettuali di Camerino a trasmettere il sapere ai fabbricanti di Pioraco. Essere intellettuale, attenzione, non significa solo pensare a Beatrice: significa anche costruire e fabbricare.
Andiamo a vedere la storia di Camerino e confrontiamola con Chartres. È interessante che la carta si chiami proprio “carta”, che è molto simile a “Chartres”. Si scrivete “CHARTRE” si legge proprio “carta”. Confrontiamo la storia di Camerino e Chartres: scopriremo che, per certi aspetti, sono identiche.
Gli intellettuali e Parigi
Come afferma Le Goff, gli intellettuali francesi erano considerati estremamente importanti. Ma allora, perché non si è sviluppato nulla di altrettanto significativo lì? Le Goff parla addirittura di un fenomeno straordinario: le traduzioni che ci hanno trasmesso molta della cultura proveniente dal mondo arabo. Ed è vero, perché il mondo arabo aveva preservato alcuni testi della nostra classicità e aveva acquisito altre conoscenze da civiltà diverse, sviluppandole ulteriormente.
Tuttavia, ci si chiede: gli italiani – anche se definirli “italiani” è un po’ forzato, poiché l’Italia non esisteva ancora – erano solo operai della traduzione, mentre i francesi erano gli intellettuali? Eppure, quando si parla di notazione musicale o di Fibonacci, emergono nomi italiani. E questi intellettuali francesi, allora, dove sono? Anche questa è una questione complessa su cui riflettere.
Chi erano gli intellettuali? Un esempio è Brunetto Latini, considerato un intellettuale dell’epoca. Era definito intellettuale chi scriveva poesia o chi si dedicava alla filosofia, che all’epoca comprendeva sia la filosofia naturale sia quella che intendiamo oggi. La maggior parte delle figure vissute tra il Duecento e il Trecento, come Dante, si formava presso l’università di Parigi, soprattutto tra i francescani.
In Italia esistevano già università importanti, come quelle di Bologna e Macerata. Ma allora, perché così tanti studenti e studiosi si dirigevano verso Parigi?
Giovanni da Morrovalle
Un caso interessante è quello di Giovanni Minio da Morrovalle, una figura poco conosciuta ma di grande importanza. Nato nell’odierna Morrovalle, in provincia di Macerata, Giovanni divenne un francescano e capo dei francescani della Marca (delle Marche), con sede a Macerata. Nonostante l’età avanzata, intraprese lo studio della teologia a Parigi, una scelta che potrebbe sembrare poco ragionevole.
Tuttavia, un documento conservato alla Sorbona testimonia una raccomandazione del Papa per aiutarlo a completare gli studi. La presenza di questo documento certifica ufficialmente la sua iscrizione all’università parigina, anche se si potrebbe ipotizzare che gli archivi siano stati trasferiti in seguito.
Dopo aver concluso gli studi, Giovanni Minio insegnò a Parigi, diventando docente, e successivamente assunse il prestigioso incarico di maestro del Sacro Palazzo a Roma.
Perché studiare teologia a Parigi, se il capo della religione, il Papa, risiedeva a Roma? Come mai a Roma non esisteva un università? L’università era a Macerata a Camerino e Bologna ma Giovanni Minio da Morrovalle scelse di recarsi a Parigi per approfondire lo studio della teologia. Sembra una scelta poco reale.
Ma se si considera che il Papa era a Macerata, quindi chiamata Roma e Parigi era Macerata tutto è più ragionevole Giovanni da Morrovalle è nato e vissuto nella sua vallata del Chienti svolgendo tutto quello che gli è attribuito in un fazzoletto di terra.
Se si considera l’ipotesi che il Papa risiedesse a Macerata, identificata con Roma, e che Parigi fosse in realtà Macerata, allora tutto appare più ragionevole. Giovanni Minio da Morrovalle, infatti, sarebbe nato, vissuto e operato nella sua valle del Chienti, svolgendo tutto ciò che gli viene attribuito in un’area circoscritta, quasi in un fazzoletto di terra.
Questa prospettiva spiegherebbe perché la sua formazione teologica e la sua carriera accademica si sarebbero concentrate in luoghi vicini e coerenti con il contesto storico-geografico del tempo, senza bisogno di immaginare lunghi spostamenti verso la Parigi che conosciamo oggi.
I francescani
Un’altra figura interessante dell’epoca è rappresentata dai francescani. Subito dopo la morte di Francesco, l’ordine arrivò a ottenere un Papa: Nicolò IV, originario di Ascoli Piceno. Questo dimostra che, pur essendo spesso percepiti come umili e semplici, i francescani erano anche estremamente istruiti e tutt’altro che ignoranti, come talvolta si pensa.
E altri intellettuali dell’epoca? Ce n’erano moltissimi: giuristi, pensatori e figure come Francesco Stabili, noto come Cecco d’Ascoli. Questi intellettuali avevano bisogno di confronto, di dialogo. Ecco perché le dispute medievali, i famosi dibattiti pubblici che spesso si svolgevano in piazza, erano fondamentali. Anche Dante, per esempio, partecipò a dispute a Bologna.
Era in questo modo che le idee si sviluppavano, che nascevano ideologie e fazioni politiche, specialmente nella penisola italiana e, in particolare, nelle Marche. Queste fazioni non erano solo politiche, ma rappresentavano una complessa rete di pensiero, confronto e crescita intellettuale.
Eppure, come mai tutto questo fervore di idee e dialogo sembra mancare, almeno ufficialmente, in altre nazioni? È una domanda interessante, che apre spunti di riflessione sul ruolo dell’Italia medievale come culla di innovazione intellettuale e politica.
Combattere per il Re di Francia
In altre nazioni non abbiamo testimonianze archeologiche, documenti linguistici o altre prove concrete del contributo degli intellettuali sul territorio. Eppure, gli eventi si sono verificati. Prendiamo ad esempio alcuni versi della Divina Commedia, in cui Dante cita luoghi e personaggi delle Marche. Un caso interessante è quello di Bonconte da Montefeltro: nella battaglia descritta da Dante, c’era anche Bonconte, morto in circostanze misteriose. Dante lo “ritrova” nel suo poema, ma cosa ci faceva Bonconte in una battaglia tra fiorentini? Che cosa lo motivava e chi lo sosteneva? Questo è un punto curioso.
In Francia o altrove, dove il potere era nelle mani del Re o dell’Imperatore, non troviamo tracce di eventi simili, mentre in città come Firenze o Arezzo le lotte politiche erano incessanti. Perché questi territori combattevano con tanto accanimento per l’Imperatore o per il Re di Francia? Con tutte le loro ricchezze e potere, non avrebbero potuto eleggere un loro capo? Perché cercare l’autorità lontana, in Germania o in Francia, solo per poi massacrarsi tra di loro?
E come è possibile che tutti questi intellettuali, così colti e spesso anche benestanti – i fiorentini, ad esempio, prestavano grandi somme al re di Francia – non fossero liberi e autonomi? C’era il Comune, certo! Ma i rappresentanti del Comune appartenevano a fazioni che facevano capo a un’autorità superiore, che poteva essere il Papa, il Re di Francia o l’Imperatore.
Allora, è davvero credibile che il Re di Francia o l’Imperatore potessero essere così lontani, come ci raccontano la storia e la tradizione? È davvero un aspetto curioso, che merita di essere messo in discussione.
Le selva oscura di Dante
Allora tutto acquista senso: ha senso che Bernardo di Chartres abbia studiato Virgilio e Orazio. Altrimenti, rischiamo di cadere in favole o idealizzazioni, come quella della donna angelicata. Ma cosa voleva davvero dire Dante? Cosa intendeva davvero quando scrisse: “Nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai in una selva oscura, ché la diritta via era smarrita”? Cos’era successo a Dante per trovarsi perso in quella “selva oscura”? Ancora oggi non ci hanno dato una risposta chiara.
Allora, diciamolo senza giri di parole: chi era veramente Dante? Non possiamo continuare a trattarlo come un intellettuale del passato, ormai relegato alla storia, o considerare gli uomini di cultura dell’epoca come se fossero tutti morti. Erano uomini vivi, con pensieri vivi, e ancora oggi hanno molto da insegnarci, se solo decidessimo di comprendere veramente ciò che ci hanno lasciato in eredità.
Un salto fino a Parigi
Non è tanto utile sapere quanti terreni possedeva Dante; quello che dobbiamo davvero capire è cosa aveva in mente. Qual era la sua “selva oscura”? E cosa gli era successo per sentirsi smarrito? E gli intellettuali che lo circondavano, cosa cercavano davvero? Inoltre, cosa volevano dire tutti quegli intellettuali di Chartres e Parigi?
Se, come ipotizzano alcuni studi storici, Parigi fosse in realtà Macerata e Chartres fosse Camerino, tutto ciò avrebbe più senso. E che dire di chi, come Le Goff, racconta che alcuni di questi intellettuali “fecero un salto fino a Parigi”? Ma certo, da Camerino a Parigi ci sono solo una cinquantina di chilometri, percorribili anche all’epoca.
Tommaso Becket
Dovremmo considerare Tommaso Becket un intellettuale “emiliano” o meno? Tommaso Becket, la cui casula è oggi conservata nel Museo Diocesano di Fermo, nelle Marche. Ma come mai la casula di Becket si trova in un museo a Fermo? Si dice che, da giovane, Becket abbia studiato a Bologna, dove ebbe contatti con uno studente di Fermo che frequentava l’università. Ma è davvero credibile che un giovane studente di Bologna potesse permettersi una casula così importante, da arcivescovo? O forse qualcuno gliela regalò? Questo è solo uno degli esempi di incongruenze che ci portano a riflettere più a fondo sulle storie che ci sono state raccontate.
La storia è figlia della geografia
Sono tutti casi isolati? Forse, ma sono situazioni davvero strane. Dobbiamo renderci conto di quanto spesso ci appoggiamo su idee consolidate senza approfondire. E intanto, continuiamo a discutere della spada corta o lunga, della penna d’oca o di papera. Se vogliamo davvero capire gli intellettuali medievali, dobbiamo andare oltre e studiare il loro pensiero, analizzare i loro scritti e comprendere la geografia dell’epoca.
Lo dice anche Le Goff: la storia è figlia della geografia. A livello teorico, si parla della centralità delle città italiane come luoghi di commercio e incontro, ma poi si afferma che gli intellettuali stessero tutti in Francia, nonostante i documenti arabi e i libri circolassero maggiormente in Italia. C’è un’assurdità di fondo in tutto questo. Eppure, è possibile che nessuno dica nulla al riguardo?
Chiunque può vedere che c’è qualcosa che non torna. Le Goff sottolinea l’importanza della geografia, delle città come motori di crescita e commercio, ma allo stesso tempo sembra che gli intellettuali vengano solo da lontano, mentre il Rinascimento è tutto italiano. Questo è un paradosso!
Sconvolgente
Federico II: nella sua corte di Palermo, si parlava di una vera corte rinascimentale. In Germania e in Francia, però, non c’era nulla di simile. Solo molto più tardi costruirono castelletti, e parliamo dell’Ottocento! È assurdo continuare a ripetere certi luoghi comuni, come fanno tanti studiosi che sembrano perdere tempo in dettagli, senza vedere il quadro generale.
Quando è troppo, è troppo. È sconvolgente vedere storici di grande rilievo che si soffermano su minuzie e ignorano l’evidenza. È davvero incredibile che queste cose non siano ancora venute alla luce chiaramente.
È assurdo sostenere che il centro culturale fosse altrove
Gli intellettuali in Italia, e specialmente nelle Marche, erano numerosissimi. Eppure, molti di loro sembrano essere scomparsi dalla memoria, come se non fossero mai esistiti o, almeno, non venissero ricordati come marchigiani. Pensiamo, ad esempio, a Giovanni da Morrovalle: quasi nessuno lo conosce, eppure fu docente all’Università di Parigi. A Macerata esisteva già un’università ai tempi di Dante, mentre a Firenze non c’era ancora; e nello stesso periodo, un’università esisteva anche a Camerino.
Se si guarda un diploma dell’Università di Camerino, si può ancora leggere che è firmato dal “Magnifico Rettore, Conte Palatino del Sacro Romano Impero”. È interessante notare questo titolo e ricordare che gli intellettuali medievali erano coloro che stabilivano le leggi, dando forma a una giurisprudenza che possiamo comprendere meglio guardando ai grandi giuristi dell’epoca, come Bartolo da Sassoferrato, anch’egli marchigiano. Sassoferrato faceva riferimento alla legge salica, di cui abbiamo testimonianze fin dal XII e XIII secolo nella valle del Potenza, a Macerata. Le leggi saliche, quelle dei Franchi Salii, sono quelle su cui si fondò la Francia merovingia, e ne troviamo traccia anche nelle Marche.
Nel X secolo, i documenti riportano il termine “franco” accanto ai nomi, indicando che queste persone vivevano secondo la legge salica. Molti intellettuali risiedevano nelle Marche, dove traducevano e riproducevano documenti e testi con grande abilità, grazie all’accesso alla carta, un materiale relativamente economico per l’epoca. Questi intellettuali non solo producevano ricchezza, ma anche cultura per il territorio, e questo lo vediamo chiaramente anche oggi. Basti pensare alla carta, all’architettura, agli affreschi, ai dipinti, alle tecniche agricole e alle strade: tutte sono testimonianze tangibili della loro influenza.
Se andiamo a vedere l’architettura, la pittura, la lingua e le dispute teologiche dell’epoca, ci rendiamo conto che in molte aree oggi tedesche o francesi non è rimasto nulla di tutto questo. Come mai lì non ce n’è traccia di tutto questo? Perchè il periodo successivo il rinascimento si è sviluppato in Italia e non in Germania?
È assurdo continuare a sostenere che il centro culturale fosse altrove, quando qui abbiamo esempi lampanti. Anche la lingua, la teologia, persino l’agricoltura e la varietà biologica nelle Marche testimoniano la presenza di saperi e tecniche sofisticate, frutto di una cultura profonda e radicata. Questa conoscenza non nasce dal nulla: sono gli intellettuali che la portano avanti, lasciando tracce nel territorio. Le Goff stesso parla dell’importanza della geografia nella storia, ma se gli intellettuali fossero stati davvero solo in Francia, come spieghiamo la fioritura culturale italiana?
Sono domande fondamentali. E se continuiamo a non porcele, rischiamo di seguire narrazioni che ci affascinano ma non rispondono alla verità dei fatti.

II + II. La storia dei popoli delle Marche ovvero l’origine dell’Europa – Simonetta Torresi
The Intellectuals of Marche in Paris (English Version)
Dante Alighieri and Florence
According to tradition, to avoid overpopulation, King Ambigatus sent his nephews, Segoveso and Belloveso, to lands designated by the gods: Segoveso was directed to the Hercynian Forest, while Belloveso was sent to Italy.
Leading several Celtic tribes, Belloveso crossed the Alps, defeated the Etruscans, and founded the city of Mediolanum. Some sources suggest that many of these tribes were not from Gaul, but were already settled in central Italy. There are references to Celtic settlements in the Marche region, such as the Senones Gauls in Jesi, and place names that seem connected to the Bituriges, like Camerino, Recina, and Saccovescio.
The legend of Segoveso and Belloveso highlights the possible early Celtic presence in Italy, predating historical migrations.
Paris
The French historian Jacques Le Goff (1924-2014), in his book The Intellectuals in the Middle Ages, cites an interesting testimony from Daniel of Morley, an Englishman who studied in Paris. Morley recounts:
“My passion for study drove me to leave England, and in Paris, I had the opportunity to observe savages who, with great authority, engaged in their scholarly essays. They were seated in front of two or three stools piled with enormous books. They marked their texts with lead pens, making asterisks where their ignorance forced them to stop. Maintaining a solemn demeanor, almost like statues, they displayed their wisdom through silence. But as soon as they opened their mouths, it was evident they had nothing to say.”
Disillusioned, Morley decided to go to Toledo, where the teaching of the Arabs, which included the arts of the quadrivium, was renowned. In Toledo, he says, “I could listen to the lectures of the most learned philosophers in the world.”
Thus, even universities have had their ups and downs, even in the Middle Ages.
Le Goff on Dante
Among the most read authors of that period was Severino Boethius, an Italian. However, Jacques Le Goff, in his book The Intellectuals in the Middle Ages, reveals that, despite frequent discussions about Dante and his work, he did not include Dante among the medieval intellectuals covered in his book. A choice he says he regretted, explaining that Dante is difficult to classify: he does not fit into any clear category. In fact, although The Divine Comedy was already being commented on and was well-known by the end of the 14th century, Dante did not follow the paths of the intellectuals of his time.
Le Goff describes how Dante, although known and studied, followed a different path, guided by Virgil, rather than the usual routes charted by medieval intellectuals. A passage in the book quotes Bernard of Chartres, who commented on Virgil as if it were a scientific text, contributing to the spread of the value of ancient knowledge in the Middle Ages. Bernard himself, known for the phrase “dwarfs on the shoulders of giants,” symbolizes the connection between the past and present in medieval intellectual culture.
But if Dante, as Le Goff admits, was overlooked, it is perhaps because Dante was an “unclassifiable” genius. He was not only a poet but also a theologian, linguist, scientist, and even a politician, embodying all these disciplines within himself. This interdisciplinary vision reflects the thinking of the time when the barriers between fields of knowledge were much less rigid than they are today.
Indeed, in the Middle Ages, an intellectual possessed theological, scientific, and naturalistic knowledge; often, they were also artists, painters, or sculptors. Unlike today, where each discipline is highly specialized, back then people aimed to see the bigger picture, like in a mosaic.
Knowing every single detail of a tile is useful, but if you do not look at the whole picture, you risk losing the general meaning of the work.
Clerics in Paris
In Paris, Le Goff tells us, quoting a passage from Filippo da Avenz, taken from a letter he wrote to one of his disciples:
“The spirit of love for science has driven you. Here you are in Paris, where you have found that Jerusalem, which for many represents the dwelling of David and the wise Solomon. Here, a great number of clerics gather, and this city seems on the verge of surpassing the population of laypeople. Lucky city, where the holy books are read with such zeal, where the most complex mysteries are solved thanks to the gifts of the Holy Spirit, where there are so many eminent professors and such a wealth of theological knowledge that it could be called the city of beautiful letters.”
Paris, the city of beautiful letters, however, did not have a unified language, unlike written Italian, which was already widespread throughout the Italian peninsula. Although the period in which this letter was written differs from Dante’s time, we can observe how, depending on who writes and from what perspective, things can be interpreted differently.
Rome, a Part of Paris
Another interesting aspect of the letter is the reference to Paris, where the study of theology was particularly advanced. But what is theology? A discourse about God? It was so important that the community of clerics almost surpassed the laypeople in number. Quite a singular thing. This is a question that historians rarely ask. Similarly, why was a unified language not developed in Paris, the city of theology and beautiful letters?
Why did the community of clerics almost surpass the lay population? Who was in Paris? What made Paris so special? It is interesting to note that theology, the discourse about God, was considered the main discipline in a city where the Pope did not reside. Yet, at that time, Rome did not even have a university. Does it not seem strange that the in-depth study of theology was concentrated in Paris, to the point that clerics almost outnumbered laypeople?
These are questions worth reflecting on. Certainly, if we reconsider the geography of history, the city of Rome, where the Pope resided, could have been inside Paris. This would explain why the University of Paris specialized in theology and why the cleric population in Paris almost surpassed that of the laypeople.
Chartres – Camerino
Bernard of Chartres studied both Virgil and Severino Boethius, a philosopher whom Dante would also study. That Dante studied Severino Boethius is almost taken for granted, but the fact that Bernard of Chartres used both Virgil and Boethius has added significance. Chartres was an important university in Paris, as we mentioned, fantastic and wonderful, although it had its ups and downs like all universities. Paris was the city of beautiful letters, of theology, although it did not have a unified language. It is curious that there was no university in Rome, and this is only explained by geography and history, different from official accounts.
We are also told about other centers, where famous intellectuals and scientists were present, and where incredible discoveries, architectures, and fantastic paintings developed. If we travel through France, Germany, and Switzerland, we do not find authentic medieval frescoes in churches or palaces. After all, almost everything was rebuilt in the 19th century; it is strange, however, for the architectures.
The Paper
The invention of paper took place in Pioraco and Fabriano. Culture began to spread through paper. Everyone talks about the great discovery of the printing press, but the discovery of paper was also an important step.
Before paper, they had to write on parchment. Parchment is sheep’s skin. To make a large sheet, they needed a sheep, but how many sheep had to be killed to make a book? How much could the raw material cost to write a book? With paper, the costs suddenly dropped. That’s why summaries and compendiums circulated because they were transcribed on paper. But paper was only available in Pioraco and Fabriano; it took centuries before papermakers moved from there to establish other paper mills in other places.
Diffusion of Culture
Where there were many intellectuals, there was commerce, and there were translations from Arabic, bringing many new books. Then, there was paper, which allowed culture to circulate much faster. Although people still wrote by hand, since the printing press did not exist yet, paper existed in Dante’s time. Especially paper produced in Fabriano.
We should not just think about the ideas of these intellectuals, but also the practical side: how did they exchange information? There was no Internet, SMS, or WhatsApp, but they had paper, which revolutionized the culture of the time. Paper was produced in Pioraco. How did the people of Pioraco, today a small town in the mountains, think of starting to produce paper? They knew it was already being done in the East, and they probably had contacts, and someone had translated this knowledge.
Paper reached the intellectuals who were in Camerino. Camerino is very close to Pioraco, so it is likely that it was the intellectuals from Camerino who transmitted knowledge to the papermakers of Pioraco. Being an intellectual, attention, does not only mean thinking about Beatrice: it also means building and manufacturing.
The Intellectuals and Paris
As Le Goff states, French intellectuals were considered extremely important. But then, why was nothing of equal significance developed there? Le Goff even speaks of an extraordinary phenomenon: the translations that transmitted much of the culture from the Arab world. And it is true, because the Arab world had preserved some of our classical texts and had acquired other knowledge from different civilizations, further developing them.
However, one might ask: were the Italians – although calling them “Italians” is a bit forced, since Italy did not yet exist – just workers of translation, while the French were the intellectuals? Yet, when it comes to musical notation or Fibonacci, Italian names emerge. And where are these French intellectuals? This is also a complex question to reflect on.
Who were the intellectuals? One example is Brunetto Latini, considered an intellectual of the time. An intellectual was someone who wrote poetry or who dedicated themselves to philosophy, which at the time included both natural philosophy and what we today call philosophy. Most figures who lived between the 13th and 14th centuries, like Dante, were educated at the University of Paris, especially among the Franciscans.
In Italy, there were already important universities, such as those in Bologna and Macerata. But then, why did so many students and scholars go to Paris?
Giovanni da Morrovalle
An interesting case is that of Giovanni Minio da Morrovalle, a little-known but significant figure. Born in what is now Morrovalle, in the province of Macerata, Giovanni became a Franciscan and leader of the Franciscans of the Marche region, based in Macerata. Despite his advanced age, he decided to study theology in Paris, a choice that might seem unreasonable.
However, a document preserved at the Sorbonne testifies to a papal recommendation to help him complete his studies. The presence of this document officially certifies his enrollment at the University of Paris, although it could be hypothesized that the archives were transferred later.
After completing his studies, Giovanni Minio taught in Paris, becoming a professor, and later took the prestigious position of Master of the Sacred Palace in Rome.
Why study theology in Paris if the head of the religion, the Pope, resided in Rome? Why was there no university in Rome? The university was in Macerata, Camerino, and Bologna, but Giovanni Minio da Morrovalle chose to go to Paris to deepen his study of theology. This is an intriguing paradox that deserves more investigation.
The Franciscans
Another interesting figure of the time is represented by the Franciscans. Immediately after the death of St. Francis, the order managed to get a Pope: Nicholas IV, from Ascoli Piceno. This demonstrates that, although often perceived as humble and simple, the Franciscans were also highly educated and far from ignorant, as is sometimes thought.
And what about other intellectuals of the time? There were many: jurists, philosophers, and figures like Francesco Stabili, known as Cecco d’Ascoli. These intellectuals needed interaction, dialogue. That’s why the medieval disputes, the famous public debates that often took place in the squares, were essential. Dante, for instance, participated in debates in Bologna.
This is how ideas developed, how ideologies and political factions were born, especially in the Italian peninsula, and particularly in the Marche region. These factions were not only political; they represented a complex web of thought, dialogue, and intellectual growth.
But why does all this fervor of ideas and dialogue seem to be missing, at least officially, in other countries? This is an interesting question, opening up reflections on the role of medieval Italy as a cradle of intellectual and political innovation.
Fighting for the King of France
In other nations, we don’t have archaeological evidence, linguistic documents, or other concrete proofs of the intellectual contributions on the ground. Yet, the events did happen. Take for example some verses from The Divine Comedy, where Dante mentions places and characters from the Marche. An interesting case is that of Bonconte da Montefeltro: in the battle described by Dante, Bonconte was there, dying under mysterious circumstances. Dante “finds” him in his poem, but what was Bonconte doing in a battle among Florentines? What motivated him, and who supported him? This is an intriguing point.
In France or elsewhere, where power was in the hands of the King or the Emperor, we do not find traces of similar events, while cities like Florence or Arezzo were in constant political struggle. Why did these territories fight so fiercely for the Emperor or the King of France? With all their wealth and power, could they not elect their own leaders? Why seek authority from far away, in Germany or France, only to slaughter each other?
And how is it possible that all these intellectuals, so cultured and often wealthy – Florentines, for example, who lent large sums to the King of France – were not free and autonomous? There was the Commune, of course! But the representatives of the Commune belonged to factions that answered to a higher authority, which could be the Pope, the King of France, or the Emperor.
So, is it really credible that the King of France or the Emperor were so distant, as history and tradition tell us? This is certainly a curious aspect that deserves to be questioned.
Dante’s Dark Forest
Then everything makes sense: it makes sense that Bernard of Chartres studied Virgil and Horace. Otherwise, we risk falling into fairy tales or idealizations, like the one of the angelic woman. But what did Dante really mean? What did he truly intend when he wrote, “In the middle of the journey of our life, I found myself in a dark wood, for the straight path had been lost”? What happened to Dante that he found himself lost in that “dark wood”? To this day, no one has given us a clear answer.
So let’s say it plainly: who was Dante really? We cannot continue treating him as an intellectual from the past, relegated to history, or consider the men of culture of that time as if they were all dead. They were living men, with living thoughts, and even today they have much to teach us if we truly decide to understand what they left us as a legacy.
A Leap to Paris
It’s not so useful to know how much land Dante owned; what we really need to understand is what he had in mind. What was his “dark wood”? And what had happened to him to feel lost? And the intellectuals surrounding him, what were they really seeking? Moreover, what did those intellectuals in Chartres and Paris mean?
If, as some historical studies suggest, Paris was actually Macerata and Chartres was Camerino, all of this would make more sense. And what about those, like Le Goff, who tell us that some of these intellectuals “took a leap to Paris”? But of course, from Camerino to Paris, it’s only about fifty kilometers, which could easily be traveled even at that time.
Thomas Becket
Should we consider Thomas Becket an “Emilian” intellectual? Thomas Becket, whose chasuble is currently preserved in the Diocesan Museum of Fermo, in the Marche region. But why is Becket’s chasuble in a museum in Fermo? It is said that, as a young man, Becket studied in Bologna, where he had contact with a student from Fermo attending the university. But is it really believable that a young student from Bologna could afford such an important chasuble, one fit for an archbishop? Or perhaps someone gave it to him? This is just one of the inconsistencies that make us reflect more deeply on the stories we’ve been told.
History is the Daughter of Geography
Are these isolated cases? Perhaps, but they are truly strange situations. We need to realize how often we rely on established ideas without delving deeper. Meanwhile, we continue to debate whether the sword was short or long, or whether the pen was made of goose or duck feathers. If we truly want to understand medieval intellectuals, we must go beyond that and study their thoughts, analyze their writings, and understand the geography of the time.
Le Goff himself says it: history is the daughter of geography. On a theoretical level, there is talk of the centrality of Italian cities as places of trade and encounter, yet it is claimed that intellectuals were all in France, even though Arabic documents and books circulated more widely in Italy. There is an inherent absurdity in all this. Yet, it’s possible that no one has said anything about it.
Anyone can see that something doesn’t add up. Le Goff emphasizes the importance of geography, of cities as engines of growth and commerce, but at the same time, it seems that intellectuals only came from afar, while the Renaissance was entirely Italian. This is a paradox!
Shocking
Frederick II: in his court in Palermo, there was talk of a true Renaissance court. In Germany and France, however, there was nothing similar. Only much later did they build small castles, and we’re talking about the 19th century! It’s absurd to continue repeating certain clichés, like so many scholars who seem to waste time on details without seeing the big picture.
When it’s too much, it’s too much. It’s shocking to see prominent historians dwell on minutiae and ignore the obvious. It’s truly incredible that these things haven’t clearly come to light yet.
It’s Absurd to Claim the Cultural Center Was Elsewhere
Intellectuals in Italy, and especially in the Marche region, were numerous. Yet, many of them seem to have vanished from memory, as if they never existed or, at least, were not remembered as being from the Marche. Take, for example, Giovanni da Morrovalle: almost no one knows him, yet he was a professor at the University of Paris. In Macerata, there was already a university in Dante’s time, while in Florence there wasn’t; and at the same time, there was also a university in Camerino.
If you look at a diploma from the University of Camerino, you can still read that it is signed by the “Magnificent Rector, Palatine Count of the Holy Roman Empire.” It’s interesting to note this title and remember that medieval intellectuals were the ones who established laws, shaping a jurisprudence that we can better understand by looking at the great jurists of the time, like Bartolo da Sassoferrato, also from the Marche region. Sassoferrato referred to the Salic law, which we have evidence of from the 12th and 13th centuries in the Potenza Valley, in Macerata. The Salic laws, those of the Salii Franks, are the ones on which Merovingian France was founded, and we find traces of them in the Marche region as well.
In the 10th century, documents mention the term “Frank” next to names, indicating that these people lived according to the Salic law. Many intellectuals lived in the Marche, where they translated and reproduced documents and texts with great skill, thanks to access to paper, a relatively inexpensive material for the time. These intellectuals not only generated wealth but also created culture for the region, and we can clearly see this even today. Just think of the paper, architecture, frescoes, paintings, agricultural techniques, and roads: all are tangible evidence of their influence.
If we look at architecture, painting, language, and theological disputes of the time, we realize that in many areas now part of Germany or France, nothing of all this remains. Why is there no trace of all this there? Why did the post-Renaissance period develop in Italy and not in Germany?
It’s absurd to continue claiming that the cultural center was elsewhere when we have clear examples here. Even the language, theology, even agriculture and biological diversity in the Marche region bear testimony to the presence of sophisticated knowledge and techniques, the result of a deep and rooted culture. This knowledge didn’t come from nowhere: it is carried forward by intellectuals, leaving traces in the territory. Le Goff himself speaks of the importance of geography in history, but if intellectuals were truly only in France, how do we explain the flourishing of Italian culture?
These are fundamental questions. And if we continue to avoid asking them, we risk following narratives that fascinate us but do not respond to the truth of the facts.
Source: II + II. La storia dei popoli delle Marche ovvero l’origine dell’Europa – Simonetta Torresi








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